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La grande
truffa di Hugh High In realtà non esiste alcuna attendibile dimostrazione
scientifica sui danni del fumo passivo
Guidati dagli Stati Uniti, molti governi a vari livelli hanno
tentato di imporre il divieto di fumare in ristoranti, bar e altre
attività commerciali. Nel caso dei bar e dei ristoranti, alcune delle
proposte di legge richiedono sezioni separate per fumatori e non fumatori.
Altre prescrivono il numero, o le proporzioni, dei posti fumatori e non
fumatori che l’attività commerciale deve mettere a disposizione dei
clienti. Altre ancora prevedono l’installazione di sistemi di
purificazione dell’aria. Tipicamente, il mancato rispetto di queste norme
e regolamenti comporta forti multe o addirittura la prigione.
Naturalmente, questo costituisce un grande problema, soprattutto per bar,
ristoranti e altre piccole attività commerciali poiché si tratta di una
tassazione de facto. Anche in Italia sono state avanzate proposte simili.
Si vorrebbe che tutti i ristoranti e bar installassero sistemi di
purificazione dell’aria per eliminare il fumo di tabacco in modo da
garantire un minimo di 80 metri cubi di aria pulita all’ora per persona.
In caso contrario sono previste forti penali. In generale, i fautori di
queste misure negano che la loro intenzione sia di vietare il fumo,
sebbene sappiano benissimo che il loro costo è di gran lunga troppo salato
per i ristoranti e i bar più piccoli. Ne segue che, se la legge viene
applicata rigorosamente, essi dovranno vietare il fumo oppure ritirarsi
dal mercato; la terza alternativa è di trovare i loro profitti ridotti
all’osso. Il che dimostra che tale legge sarebbe a tutti gli effetti una
tassa occulta su ristoranti e bar. Questo genere di proposta è tipico
dello Stato moderno e intrusivo. Solo per questa ragione vale la pena di
esaminare più nel dettaglio alcune delle ipotesi che, a livello più o meno
conscio, sono alla base delle nuove proposte di legge.
Le ipotesi alla base delle nuove proposte di
legge La prima osservazione da fare è che, lo si voglia o no (e la
seconda ipotesi è più probabile poiché i politici non sprecano troppo
tempo a ragionare sulle cose), c’è una visione filosofica implicita su
quello che è il vero ruolo e l’autentica natura dello Stato. Tale visione
si rifà in maniera alquanto chiara ad almeno due importanti idee o
credenze sul ruolo dello Stato: che esso debba tutelare la salute e la
sicurezza dei cittadini. Bisognerebbe notare che questa visione è alquanto
diversa da quella secondo cui lo Stato dovrebbe assicurare che i cittadini
siano in possesso delle informazioni su ciò che ha un effetto sulla loro
salute e sicurezza in modo da poter agire di conseguenza. Al contrario,
nel nostro caso si ritiene che lo Stato, non i cittadini, disponga di
maggiori conoscenze per quanto riguarda sicurezza e salute. Sebbene non
venga detto, si crede che il ruolo dello Stato dovrebbe essere quello
della chioccia, cioè comandare ai cittadini di comportarsi nel modo che
esso, nella sua infinita saggezza, pensa sia il migliore, che il cittadino
pulcino lo capisca o meno. Inoltre la chioccia punirà quel pulcino che non
si comporterà secondo le sue istruzioni. Per quanto questo possa sembrare
un po’ ingiusto nei riguardi dei politici, le cose stanno evidentemente
così perché se i politici fossero interessati semplicemente al fatto che i
cittadini siano informati sugli eventuali rischi per la loro salute e
sicurezza legati al fumo in un bar o in un ristorante, sarebbero
sufficienti regole assai meno stringenti: per esempio, l’obbligo di
apporre in bella evidenza cartelli che indichino ai clienti potenziali che
nel locale si fuma. In tal modo, questi potrebbero liberamente decidere se
entrare o no. La seconda ipotesi filosofica è che lo Stato debba
intromettersi nei fatti privati se tale intrusione ha lo scopo di
eliminarne qualche «effetto esterno». Le «esternalità» esistono quando le
azioni di una persona hanno conseguenze su un’altra, a prescindere dalla
volontà di quest’ultima. Nella vita moderna, specialmente quella urbana,
ne esistono numerosi esempi, come il rumore cui un individuo è soggetto
quando il vicino ascolta musica in casa sua. Molti sarebbero d’accordo che
un ruolo importante del governo sia di sradicare le «esternalità». Questo
però non significa che il governo debba necessariamente intromettersi
nella vita privata per eliminarle, visto che molte delle esternalità cui
l’uomo moderno è soggetto possono essere meglio rimosse tramite accordi
privati tra gli individui coinvolti. Ancora, l’esempio dell’esternalità
della musica è eccellente in quanto le parti possono eliminare il problema
in modo migliore e più efficiente del governo. Tale è la ragione per cui
molti condomini hanno, per l’ascolto della musica, regole che pongono un
limite al volume, alle ore in cui è permesso accendere lo stereo e così
via. Anche se non esistono regolamenti ufficiali, il semplice fatto che un
vicino si rivolga all’altro per chiedergli di abbassare il volume è spesso
il modo più efficiente per rimuovere l’esternalità. Anche il fumo
costituisce un esempio di quanto sia preferibile trovare soluzioni private
piuttosto che accettare imposizioni governative di fronte a
un’esternalità. I bar e i ristoranti sono, dopo tutto, proprietà private.
Anzi, nonostante l’uso comune dell’espressione «luogo pubblico», sono
davvero pochi i luoghi o gli edifici autenticamente «pubblici», oltre a
quelli esplicitamente posseduti dal governo. La maggior parte dei locali,
compresi bar, ristoranti, negozi, molti ospedali, chiese, eccetera ha, in
fin dei conti, un proprietario privato. Il titolo legale di proprietà si
trova nelle mani di privati, non in quelle del governo. E un aspetto della
proprietà privata è che il proprietario può farne l’uso che ritiene
opportuno, a patto che non dia luogo a esternalità a danno degli altri. I
proprietari di bar e ristoranti sono chiaramente nella posizione migliore
per determinare se nel loro esercizio debba essere permesso o vietato il
fumo, o se i fumatori debbano essere divisi dai non fumatori. Questo è
vero nello stesso senso in cui essi si trovano nella posizione migliore
per scegliere cosa inserire nel menù. Come i proprietari studieranno i
menù più attraenti per i loro clienti allo scopo di massimizzare i
profitti, così essi troveranno i migliori compromessi sul fumo. Ministeri
e Stati non sono nella posizione di determinare ciò che appare sui loro
menù, né di stabilire l’aspetto dei ristoranti o la condotta dei loro
clienti; lo stesso dicasi del fumo. È molto arrogante pensare il
contrario.
In una società libera le
leggi devono avere un fondamento Sebbene non si tratti di una
questione filosofica, le proposte degli antifumo si basano sul presupposto
che, quando approva leggi o regolamenti, lo Stato possa fare ciò che
vuole, senza limitazioni, e che le leggi e i regolamenti dello Stato non
debbano trovare un fondamento nei fatti. Questo è un punto di vista
estremamente curioso perché, in quasi tutte le nazioni, comprese quelle in
cui il Parlamento è sovrano, vige la regola che se lo Stato approva una
legge o un regolamento il cui scopo è prevenire o eliminare un male, deve
esistere almeno qualche relazione tra quel male e le sue presunte cause.
Nel caso del fumo passivo, semplicemente coloro che lo inalano non
subiscono alcun danno. E, naturalmente, se non vi è danno non vi è nulla
da prevenire e quindi ogni legge o regolamento è null’altro che un
capriccioso esercizio del potere. Ora, è possibile che il ministro di
turno, come molti altri, non sia a conoscenza del fatto che,
ripetutamente, enti come l’Organizzazione mondiale della sanità, la Iarc
(International Agency for Research on Cancer) e il Congressional Research
Service degli Stati Uniti abbiano concluso che non è dimostrabile
l’esistenza di alcun danno dovuto al fumo passivo. Inoltre, le corti
federali australiana e americana hanno condannato come «fraudolente» le
conclusioni sulla cancerogenicità del fumo passivo. Nell’ipotesi che si
tratti di ignoranza e non di malafede vale la pena ripercorrere per sommi
capi la storia del fumo passivo. Essa è costellata di frodi, inganni e
disinformazione. Il risultato è una politica pubblica molto distorta che
non ha alcun fondamento scientifico.
Breve storia del fumo
passivo Per ragioni di spazio non è possibile qui esaminare
dettagliatamente la vergognosa storia della controversia sul fumo passivo.
Maggiori informazioni saranno disponibili consultando la bibliografia di
questo stesso articolo. Sebbene sia difficile isolare un particolare
evento o studio che abbia dato adito alla malriposta credenza che il fumo
passivo sia pericoloso, un importante contributo iniziale a questa
controversia fu il rapporto del 1972 del Surgeon General americano. Lì si
osservava che il fumo in ambienti chiusi potrebbe determinare alte
concentrazioni di ossido di carbonio. Tale sostanza potrebbe, a sua volta,
creare problemi a quanti soffrano di malattie cardiache o polmonari. Per
quanto si trattasse semplicemente di una opinione od osservazione senza
base, essa condusse negli anni Ottanta a un incremento del numero di studi
che cercavano di scoprire una correlazione tra fumo passivo e cancro
polmonare. La maggior parte di questi studi si pose la domanda se le donne
sposate a fumatori avessero sofferto di un’incidenza di cancro polmonare
più alta delle donne sposate a non fumatori. Alcuni degli studi trovarono
un’associazione tra matrimonio con fumatori e cancro polmonare. Tali
associazioni però erano di solito molto deboli, cosicché fu difficile
concludere che ne esistesse, in verità, alcuna. Nel 1990 e poi nel 1992 la
Environmental Protection Agency (Epa) americana emise rapporti provvisori
nei quali si sosteneva che il fumo passivo fosse un «noto agente
cancerogeno negli esseri umani». Nella sua quantificazione di rischio
rilasciata nel gennaio del 1993 la Epa stimò che nei soli Stati Uniti il
fumo passivo causasse oltre tremila casi di cancro polmonare ogni anno e
un incremento di rischio per infezioni al tratto respiratorio inferiore,
come bronchiti e polmoniti, sebbene non avesse raggiunto alcuna
conclusione sull’eventuale rapporto tra fumo passivo e malattie cardiache.
Non sorprendentemente, tali conclusioni, e specialmente quella che il fumo
passivo fosse un «noto agente cancerogeno negli esseri umani», furono al
centro di un’ampia campagna pubblicitaria. La Epa, come agenzia federale,
non aveva alcun potere diretto, nell’ambito del sistema federale
americano, di richiedere agli Stati e agli enti locali di approvare leggi
che vietassero o limitassero il fumo nei ristoranti, bar eccetera. Il
rapporto riuscì comunque a indurre molti governi statali e locali a farlo,
nella convinzione che restando inattivi non avrebbero adempiuto ai loro
doveri verso la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo argomento
viene periodicamente riproposto anche in Italia. Dopo la pubblicazione del
rapporto Epa, la multinazionale del tabacco R.J. Reynolds e altri
rappresentanti dei coltivatori e rivenditori di tabacco diedero il via a
una causa legale. Essi mettevano in discussione la validità del rapporto
Epa. Tra le loro accuse, vi era che tale rapporto adottasse una
metodologia difettosa; che la Epa ignorasse le sue stesse regole per la
quantificazione del rischio; che essa trascurasse i dati contrari e
quindi, in genere, l’intero rapporto fosse viziato. Nel 1998 una corte
federale americana diede loro ragione. Vediamo brevemente le motivazioni
della sentenza. «In questo caso la Epa ha reso pubbliche le conclusioni
prima ancora di aver iniziato la ricerca… [e] ha modificato consolidati
procedimenti e norme scientifiche per convalidare le sue conclusioni
pubbliche… nella conduzione della quantificazione del rischio sul fumo
passivo la Epa non ha considerato intenzionalmente certe informazioni e ha
tratto conclusioni solo su informazione selezionata; non ha reso pubbliche
importanti informazioni epidemiologiche; si è allontanata dai parametri
della quantificazione di rischio; si è rifiutata di rivelare importanti
scoperte e ragionamenti; e ha lasciato importanti domande senza risposta.
La condotta della Epa ha lasciato grossi buchi nei rapporti
amministrativi. Nel fare ciò, la Epa ha esibito ben poca evidenza, ma ha
poi affermato che il peso della ricerca condotta dimostrava che il fumo
passivo causa il cancro» (pagg. 89-90 della sentenza). La corte inoltre
sottolineò che: «Esiste evidenza nei rapporti che sostiene l’accusa che la
Epa selezionò intenzionalmente i dati “migliori”» e che «essa nascose
importanti porzioni delle sue scoperte e dei suoi ragionamenti nello
sforzo di confermare le sue ipotesi stabilite a priori» (pagg. 78-79). La
corte concluse che il rapporto Epa era così fortemente viziato da
richiedere che la maggioranza dello stesso fosse invalidata o annullata,
siccome era senza sostanza. Parallelamente, secondo il tribunale federale
ciò che i produttori, i coltivatori e i rivenditori di tabacco affermavano
era valido e corretto. Proprio come il caso americano della Epa era
totalmente viziato e aveva abbandonato metodi statistici consolidati per
arrivare alle sue conclusioni, così una corte federale australiana affermò
che un rapporto della Australian National Health and Medical Research
Council (Nhmrc) era non solo viziato, ma basato su scienza corrotta e che,
tra le altre cose, aveva deliberatamente soppresso una parte
dell’evidenza. Anzi, il giudice in carica per questa decisione del 1997
emanò ordini che imponevano la rimozione dal rapporto delle
raccomandazioni a favore dell’eliminazione del fumo passivo in luoghi
pubblici, nonché la stima della Nhmrc sui costi sanitari del fumo passivo
alla comunità. Riportando questo caso dopo la decisione della corte
federale, la Australian Associated Press scrisse che il principale
comitato di consulenza australiano aveva «maneggiato» i risultati della
ricerca per adeguarsi alle raccomandazioni di vietare il fumo nei luoghi
pubblici. E affermò inoltre di aver ottenuto documenti che indicavano che
l’équipe scientifica dello Nhmrc avesse fatto sparire risultati di ricerca
discordanti con le sue raccomandazioni, e che «il rapporto della Nhmrc era
addirittura stato modificato per cancellare risultati in disaccordo con le
raccomandazioni». Inoltre l’Australian Associated Press riferì ancora che
persino un membro dello Nhmrc, il professor Simon Chapman, che era capo
della lobby antifumo, «espresse preoccupazione su come le statistiche del
rapporto non quadrassero con le raccomandazioni dello stesso». L’agenzia
riportò una lettera di Chapman alla Nhmrc in cui era scritto: «La maggior
parte del vostro rapporto raccomanda di dare un giro di vite alle
restrizioni sul fumo passivo… certamente, visto che i vostri calcoli
mostrano così poco, queste raccomandazioni sono enormemente
esagerate».
L’Organizzazione mondiale della
sanità Bisogna anche sapere che nel 1998 una sottodivisione
dell’Organizzazione mondiale della sanità, cioè la International Agency
for Research on Cancer (Iarc), riferì che una ricerca durata dieci anni,
che era stata condotta da un’équipe di circa venticinque scienziati su
oltre 650 casi in sette diversi Paesi europei, non aveva trovato alcuna
relazione tra l’esposizione al fumo passivo e il cancro polmonare.
Inoltre, nonostante lavori condotti precedentemente in America - e di cui
si è già detto - che accesero la controversia del fumo passivo, la Iarc
riconobbe che il rischio di cancro polmonare per le mogli e i colleghi dei
fumatori non era significativamente diverso da quello delle mogli e dei
colleghi dei non fumatori. In particolare, lo studio Iarc trovò che il
rischio relativo di cancro polmonare per un coniuge esposto a fumo passivo
era di 1.16, mentre l’esposizione al fumo passivo sul luogo di lavoro
produceva un rischio relativo di 1.17. Inoltre, in entrambi i casi i
rapporti di rischio non avevano significato statistico. Ne segue che
semplicemente non esiste evidenza che il fumo passivo faccia male. Per
capire il senso di questi valori, bisogna osservare che una recente
inchiesta sui rischi di cancro polmonare ha scoperto ricerche che
identificavano rischi relativi con significato statistico del 3.18 per il
forte consumo di torta di riso; del 2.72 per il latte intero, e dell’1.54
per la carne fritta. In parole povere, avere colleghi fumatori è assai
meno pericoloso che mangiare la torta di riso o bere il latte. Forse
qualcuno pensa che sarebbe opportuno vietare il latte?
Questa breve rassegna
della documentazione su fumo passivo e malattie è senza dubbio incompleta.
Si spera però che sia sufficiente per mettere in evidenza che, quando si
propongono regolamenti sul fumo nei bar e nei ristoranti, si agisce in
modo arbitrario o si tradisce una immensa ignoranza dei fatti. In entrambi
i casi, queste azioni sono deplorevoli. Lo scopo di questo breve saggio
non è di dimostrare l’ignoranza o la malignità degli uomini politici.
Piuttosto, è quello di dimostrare che lo Stato moderno ha acquisito un
potere immenso sulla vita dei cittadini, e che quando questo potere viene
esercitato dal governo, con malevolenza o in perfetta buona fede, gli
effetti sul pubblico possono essere immensi e molto deleteri, anche se
inintenzionali. Ma forse la cosa più importante è che abbiamo cercato di
illustrare che dietro quasi tutte le azioni del governo vi sono alcune
importanti convinzioni filosofiche che, di solito, non vengono
riconosciute né ammesse. L’opinione di molti politici è che il ruolo del
governo sia quello di una chioccia; e che il pulcino (cioè il cittadino)
non sia in grado di scegliere nel proprio stesso interesse. Il pensiero di
questi politici è in netto contrasto con quello di qualsiasi libertario,
che invece ha immensa fede nella capacità della persona comune di capire
cosa sia nel suo interesse. Al massimo, dunque, il ruolo del governo, in
casi come quello del fumo passivo o altri pericoli potenziali, è di
informare i cittadini in modo che essi possano prendere con cura le loro
decisioni. L’Italia, fortunatamente, ha una lunga e fiera storia di forte
individualismo. Sebbene la maggior parte degli italiani non sia
dichiaratamente libertaria, esistono molte persone che, forse, sono
libertarie senza saperlo. Un grande numero di italiani condivide, sotto
sotto, un fondamentale principio del pensiero libertario: che siano gli
individui, non lo Stato, la cosa più importante! Infine, se gli uomini
politici desiderano saperne di più sui principi libertari, hanno
l’opportunità di imparare molte cose da alcuni loro colleghi: suggerirei
per esempio che ascoltassero un grande amico della libertà, il ministro
Antonio Martino.
(Traduzione di Gian Turci e Carlo
Stagnaro)
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