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"Rischio zero", la teoria dell'ambientalismo
ideologico Uno dei cardini irrinunciabili del pensiero
ambientalista è la dottrina del "rischio zero". Le organizzazioni
verdi, insomma, pretendono che il governo impedisca la
commercializzazione di (o addirittura la ricerca su) tecnologie
sulla cui innocuità per l'uomo e per l'ambiente non si sia del tutto
certi. Per quanto questa possa apparire, a un primo e distratto
sguardo, una richiesta sensata, si tratta invece di un micidiale
attacco sferrato alla libertà umana e allo stesso progresso della
scienza.
L'idea di "rischio zero", infatti, è inconsistente.
Vivere è scegliere, e operare delle scelte significa rischiare. Per
il semplice fatto di essere nati, tutti noi corriamo ogni giorno il
rischio di morire. Anche colui che abbia la condotta più salutista
può contrarre le malattie più bizzarre. Un individuo su tre è
destinato a pigliare il cancro, indipendentemente dalla sua dieta,
dalle sue abitudini e dai suoi vizi. Neppure chi vivesse sotto una
campana di vetro e al riparo da ogni intemperie sarebbe al sicuro
dal rischio: la probabilità che un asteroide piombi sulla Terra e
metta a tutto la parola fine è di circa una su un milione.
Estremamente ridotta, si dirà: ma non certo peregrina (si consideri
che le probabilità di azzeccare il proverbiale terno al lotto su una
certa ruota sono una su settecentomila e spicci, mentre quelle di
fare quaterna una su poco più di sessantun milioni).
Quando
poi si parla di certezza, bisogna tener conto di un altro fattore
ancora. Nella scienza la sicurezza non esiste; v'è sempre un margine
di dubbio ch'è la cifra dell'autentica scientificità di
un'affermazione. Inoltre, per quanto si possa essere
(ragionevolmente) certi dell'esistenza di un fatto (per
esempio, che aspirare fibre d'amianto può determinare l'insorgere di
tumori ai polmoni), è ben più difficile verificare l'assenza
di effetti. Noi possiamo chiederci se un atto (per esempio, l'uso
dell'asciugacapelli) provoca un effetto (per esempio, la scottatura
al ginocchio). Ma questo non ci dice nulla sull'eventuale
correlazione tra l'uso dell'asciugacapelli e il tumore al seno. Se
noi ci spingessimo oltre e indagassimo su quest'ultima questione,
resteremmo tuttavia ignari sull'esistenza o no di un rapporto tra
l'uso dell'asciugacapelli e la leucemia infantile, e così via.
Questa serie di domande può insomma andare avanti all'infinito.
L'assenza di effetti non può essere dimostrata né a livello
pratico, né a livello logico. Questo è tanto più vero se parliamo di
tecnologie che ancora nessuno ha usato (o potuto usare) perché sono
appena state inventate.
Pretendere insomma che possa
esistere un mondo a rischio zero significa negare le più basilari
premesse del metodo scientifico: non serve certo scomodare Paul
Feyerabend per sostenere che ogni affermazione scientifica è per
definizione falsificabile, e va considerata al più come una "verità
provvisoria", o una verità tutt'intera meno uno spiraglio di dubbio.
Chiedere che, prima d'esser commercializzata, una tecnologia debba
passare il test del rischio zero approntato dagli sciamani verdi
equivale allora a chiedere che quella tecnologia non sia
commercializzata. Questo, a sua volta, implica un rifiuto
aprioristico del progresso scientifico e, in ultimo, del
miglioramento della condizione umana. Si tratta insomma d'una
richiesta pesante, mossa forse più da odio per l'uomo in quanto tale
che da genuina preoccupazione.
Liberare l'uomo da rischi
"incogniti" implica accettare rischi certi che, di norma, sono ben
più gravi dei primi. E' vero che l'uso dell'aspirina ammazza ogni
anno in Italia poche decine di individui per shock anafilattico. Ma
quante vite sarebbero andate perdute senza quella sostanza? In altre
parole, la valutazione del rischio è un'attività tremendamente seria
che dev'essere svolta attraverso un'attenta comparazione dei costi e
dei benefici. Lo studio dei trend storici mostra che, in media,
l'uomo ha sempre migliorato la propria situazione (come mostra,
banalmente, l'aumento dell'aspettativa di vita alla nascita) non già
evitando ogni e qualsiasi azzardo, bensì sperimentando e rischiando.
V'è un ultimo aspetto, nella dottrina del rischio zero, che
merita di essere considerato: come potrebbe essere perseguito il
fine che essa si propone - cioè, appunto, eliminare il rischio
dall'orizzonte dell'azione umana? Sono i suoi stessi fautori a
fornire una risposta: essi infatti chiedono a ogni piè sospinto che
lo stato limiti la libertà di ricerca degli scienziati e la
possibilità di commercializzare tecnologie e prodotti di cui non sia
più che certa l'innocuità. Con ciò, essi non fanno altro che
rinnovare la fatale illusione che segnò i regimi comunisti e ne
determinò il crollo fragoroso. Se questi infatti nascevano con la
pretesa di conoscere informazioni che invece sono disperse ed
emergono solo grazie al sistema dei prezzi che la libera concorrenza
rende possibile, e quindi ritenevano che la pianificazione centrale
fosse attività sensata ed efficiente, i moderni epigoni del marxismo
in salsa verde hanno la pretesa di conoscere ciò che non conoscono.
Poiché, dicono, le conseguenze dell'azione umana non possono essere
note e sono potenzialmente distruttive, bisogna necessariamente
assumere che saranno le peggiori possibili. Per ridurre il rischio,
allora, è logicamente necessario comprimere la libertà umana.
In verità, non v'è nulla di più folle dell'idea che la
libertà sia dannosa. Quando e finché gli uomini hanno goduto di
essa, hanno conquistato vette che fino a poco tempo prima parevano
irraggiungibili. Individui creativi e coraggiosi hanno prodotto nei
rispettivi campi avanzamenti inimmaginabili. Ingessare
quest'opportunità per ridurre un rischio infimo, senza rendersi
conto che così facendo si baratta la possibilità che qualcosa vada
storto con la certezza che nulla migliorerà, è un crimine contro
l'umanità che merita giustizia.
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