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Carlo Stagnaro di Carlo Stagnaro 18/12/2002

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"Rischio zero", la teoria dell'ambientalismo ideologico


Uno dei cardini irrinunciabili del pensiero ambientalista è la dottrina del "rischio zero". Le organizzazioni verdi, insomma, pretendono che il governo impedisca la commercializzazione di (o addirittura la ricerca su) tecnologie sulla cui innocuità per l'uomo e per l'ambiente non si sia del tutto certi. Per quanto questa possa apparire, a un primo e distratto sguardo, una richiesta sensata, si tratta invece di un micidiale attacco sferrato alla libertà umana e allo stesso progresso della scienza.

L'idea di "rischio zero", infatti, è inconsistente. Vivere è scegliere, e operare delle scelte significa rischiare. Per il semplice fatto di essere nati, tutti noi corriamo ogni giorno il rischio di morire. Anche colui che abbia la condotta più salutista può contrarre le malattie più bizzarre. Un individuo su tre è destinato a pigliare il cancro, indipendentemente dalla sua dieta, dalle sue abitudini e dai suoi vizi. Neppure chi vivesse sotto una campana di vetro e al riparo da ogni intemperie sarebbe al sicuro dal rischio: la probabilità che un asteroide piombi sulla Terra e metta a tutto la parola fine è di circa una su un milione. Estremamente ridotta, si dirà: ma non certo peregrina (si consideri che le probabilità di azzeccare il proverbiale terno al lotto su una certa ruota sono una su settecentomila e spicci, mentre quelle di fare quaterna una su poco più di sessantun milioni).

Quando poi si parla di certezza, bisogna tener conto di un altro fattore ancora. Nella scienza la sicurezza non esiste; v'è sempre un margine di dubbio ch'è la cifra dell'autentica scientificità di un'affermazione. Inoltre, per quanto si possa essere (ragionevolmente) certi dell'esistenza di un fatto (per esempio, che aspirare fibre d'amianto può determinare l'insorgere di tumori ai polmoni), è ben più difficile verificare l'assenza di effetti. Noi possiamo chiederci se un atto (per esempio, l'uso dell'asciugacapelli) provoca un effetto (per esempio, la scottatura al ginocchio). Ma questo non ci dice nulla sull'eventuale correlazione tra l'uso dell'asciugacapelli e il tumore al seno. Se noi ci spingessimo oltre e indagassimo su quest'ultima questione, resteremmo tuttavia ignari sull'esistenza o no di un rapporto tra l'uso dell'asciugacapelli e la leucemia infantile, e così via. Questa serie di domande può insomma andare avanti all'infinito. L'assenza di effetti non può essere dimostrata né a livello pratico, né a livello logico. Questo è tanto più vero se parliamo di tecnologie che ancora nessuno ha usato (o potuto usare) perché sono appena state inventate.

Pretendere insomma che possa esistere un mondo a rischio zero significa negare le più basilari premesse del metodo scientifico: non serve certo scomodare Paul Feyerabend per sostenere che ogni affermazione scientifica è per definizione falsificabile, e va considerata al più come una "verità provvisoria", o una verità tutt'intera meno uno spiraglio di dubbio. Chiedere che, prima d'esser commercializzata, una tecnologia debba passare il test del rischio zero approntato dagli sciamani verdi equivale allora a chiedere che quella tecnologia non sia commercializzata. Questo, a sua volta, implica un rifiuto aprioristico del progresso scientifico e, in ultimo, del miglioramento della condizione umana. Si tratta insomma d'una richiesta pesante, mossa forse più da odio per l'uomo in quanto tale che da genuina preoccupazione.

Liberare l'uomo da rischi "incogniti" implica accettare rischi certi che, di norma, sono ben più gravi dei primi. E' vero che l'uso dell'aspirina ammazza ogni anno in Italia poche decine di individui per shock anafilattico. Ma quante vite sarebbero andate perdute senza quella sostanza? In altre parole, la valutazione del rischio è un'attività tremendamente seria che dev'essere svolta attraverso un'attenta comparazione dei costi e dei benefici. Lo studio dei trend storici mostra che, in media, l'uomo ha sempre migliorato la propria situazione (come mostra, banalmente, l'aumento dell'aspettativa di vita alla nascita) non già evitando ogni e qualsiasi azzardo, bensì sperimentando e rischiando.

V'è un ultimo aspetto, nella dottrina del rischio zero, che merita di essere considerato: come potrebbe essere perseguito il fine che essa si propone - cioè, appunto, eliminare il rischio dall'orizzonte dell'azione umana? Sono i suoi stessi fautori a fornire una risposta: essi infatti chiedono a ogni piè sospinto che lo stato limiti la libertà di ricerca degli scienziati e la possibilità di commercializzare tecnologie e prodotti di cui non sia più che certa l'innocuità. Con ciò, essi non fanno altro che rinnovare la fatale illusione che segnò i regimi comunisti e ne determinò il crollo fragoroso. Se questi infatti nascevano con la pretesa di conoscere informazioni che invece sono disperse ed emergono solo grazie al sistema dei prezzi che la libera concorrenza rende possibile, e quindi ritenevano che la pianificazione centrale fosse attività sensata ed efficiente, i moderni epigoni del marxismo in salsa verde hanno la pretesa di conoscere ciò che non conoscono. Poiché, dicono, le conseguenze dell'azione umana non possono essere note e sono potenzialmente distruttive, bisogna necessariamente assumere che saranno le peggiori possibili. Per ridurre il rischio, allora, è logicamente necessario comprimere la libertà umana.

In verità, non v'è nulla di più folle dell'idea che la libertà sia dannosa. Quando e finché gli uomini hanno goduto di essa, hanno conquistato vette che fino a poco tempo prima parevano irraggiungibili. Individui creativi e coraggiosi hanno prodotto nei rispettivi campi avanzamenti inimmaginabili. Ingessare quest'opportunità per ridurre un rischio infimo, senza rendersi conto che così facendo si baratta la possibilità che qualcosa vada storto con la certezza che nulla migliorerà, è un crimine contro l'umanità che merita giustizia.

Carlo Stagnaro
stagnaro@ragionpolitica.it
 




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